Huawei: l’allarme dagli USA per i rischi alla sicurezza

Come sappiamo, un’altissima percentuale dell’High Tech proviene dalla Cina, con qualità e standard di elevati livelli tecnologici ed innovativi. Tablet, pc e, naturalmente smartphone, in Italia e nel mondo, sono monopolizzati dai colossi asiatici, protagonisti assoluti delle aziende di telefonia e provider. In particolare, specie negli ultimi anni, il marchio Huawei, molto competitivo grazie alle sue politiche di pricing, si è attestato al terzo posto, in Europa, fra i brand più popolari e richiesti, subito dopo Samsung e, naturalmente, Apple, raggiungendo una quota di mercato del 16,3%.

In tutto questo successo, però, spunta, da diversi mesi, da parte dell’intelligence statunitense, un monito imperativo, che mette in guardia i clienti di tutto il mondo, con particolare riguardo, ovviamente, al pubblico americano, sostenendo che gli smartphone prodotti da Huawei sarebbero progettati per spiare gli utenti, in un vortice di possibile cyber-spionaggio condotto tramite questi dispositivi. Considerando la fonte autorevole, che interessa addirittura i vertici di Fbi, Cia, Nsa, appare evidente una certa perplessità fra gli utenti USA, anche perché è stato lanciato un vero e proprio allarme alle istituzioni e ai cittadini, sostenendo che acquistando uno smartphone prodotto da Huawei si può incorrere in un pericolo e una minaccia per la sicurezza nazionale.

A rafforzare l’alert, all’interno della commissione intelligence del Senato americano, il Capo dell’Fbi Chris Wray ha dichiarato pubblicamente che “il rischio principale è quello di permettere a società vicine al governo di Pechino di infiltrarsi nella rete tlc Usa, con la possibilità di rubare o modificare informazioni e di fare spionaggio”, con un chiaro messaggio di pericolo per tutta la rete delle Telecomunicazioni. Wray ha continuato asserendo di essere contrario a “permettere di ottenere una qualsivoglia posizione di rilievo nel network di comunicazioni del Paese a una società legata a un governo estero che non condivide valori degli Stati Uniti”, aggiungendo che l’America può essere soggetta, in questo modo, ad un tentativo di “esercitare pressione e controllo sull’intera infrastruttura di telecomunicazioni, di manomettere o sottrarre informazioni sensibili e di praticare un’attività di spionaggio che passerebbe del tutto inosservata”. Una sfida condivisa anche da un’altra forza dell’intelligence USA, la Nsa, il cui Direttore, l’ammiraglio Michael Rogers, avverte “bisogna analizzare a lungo e a fondo delle aziende come queste”, arginando, di fatto, la diffusione dei prodotti made in China.

Appare comprensibile, dunque, alla luce di queste dichiarazioni, l’attenzione degli americani, date le posizioni così autorevoli, che, ormai da qualche mese, fanno riferimento al “pericolo rosso” armato di alta tecnologia. La situazione appare diversa fuori dagli USA dove i brand cinesi non sono affatto malvisti, anzi. All’origine dello scontro, che sembra politico e culturale tra Stati Uniti e Cina, si presuppone ci sia in realtà solo una strategia commerciale che coinvolge le organizzazioni di intelligence a tre lettere, al punto che, in una delle ultime audizioni in plenaria, si sono trovate concordi nel definire i produttori asiatici, con particolare riferimento a Huawei, “un rischio per la sicurezza nazionale”, naturalmente sconsigliandone l’acquisto. Un monito quanto meno singolare se consideriamo l’ambito di Cia e Nsa, in cui aveva lavorato e collaborato il giovane informatico Edward Snowden, divenuto famoso quando, nel 2013, rivelò informazioni riservate di programmi di sorveglianza dei governi britannico e statunitense…

A difendere i produttori cinesi, si sono schierati in molti, fra cui Deutsche Telekom, asserendo di non aver rilevato nulla di strano negli apparati acquistati dai partner, così come Bell Canada, la compagnia di Tlc canadese, le cui controllate forniscono servizi informatici e mobili anche nelle province atlantiche, che sottolinea una stretta e proficua collaborazione decennale senza alcun segno di cyber-spionaggio. Dal punto di vista europeo, anche l’ormai ex amministratore delegato di Vodafone Vittorio Colao, autorevole esperto ed accreditato dirigente italiano, durante l’ultima edizione del Mobile World Congress (MWC) di Barcellona a fine febbraio scorso, la più importante fiera mondiale di telefonia mobile, aveva assunto la difesa di Huawei definendola “un’azienda aperta e innovativa”, sottolineando che Vodafone Group, con un bacino di clienti di circa 500 milioni nel mondo, e collaborazioni con le intelligence di diversi paesi, sull’hardware acquistato dall’azienda cinese non avesse mai rinvenuto alcuna anomalia, e aggiungendo che “anche gli apparecchi dell’americana Cisco sono prodotti in Cina”.

Ma la richiesta a stelle e strisce agli “alleati” di boicottaggio, rivelata direttamente dal magazine economico finanziario Wall Street Journal, il quotidiano a maggiore diffusione negli USA, evidenzia che è proprio l’amministrazione Presidenziale che avrebbe lanciato la campagna di forte pressione, molto preoccupata per i rischi di sicurezza del paese, mettendo in guardia il mondo intero dall’affidare le proprie infrastrutture nelle tlc al colosso dell’azienda di Shenzhen, capitale High Tech della Grande China diretta da Richard Yu. Ed è per bocca del suo Ceo che l’azienda cinese non ha fatto attendere la sua risposta.

“Siamo al corrente di una serie di attività governative negli Stati Uniti volte a inibire le possibilità di business di Huawei sul mercato statunitense”, ha dichiarato Yu tramite un suo portavoce. “I governi e i consumatori di 170 Paesi nel mondo, 46 dei 50 migliori operatori mondiali, 500 aziende Fortune e centinaia di milioni di consumatori si fidano di Huawei; non poniamo un rischio di cybersicurezza superiore a quello di qualsiasi altro produttore, considerato che condividiamo capacità di produzione e catene di fornitura globali”.

Per guardare al futuro con fiducia e determinazione, nonostante questo straordinario spot negativo, il Capo aziendale è armato di ottimismo, al punto da aggiungere che “entro fine anno 2018, massimo 2019, possiamo superare Apple e diventare i numeri 2 al mondo tra gli smartphone”». Il giovane Ceo (classe 1969), frontman diretto dell’azienda in ogni evento pubblico, spende comunque poche parole sulla presa di posizione dell’intelligence americana, asserendo che i prodotti Huawei “superano i test più rigorosi su sicurezza e tutela della privacy. È l’alto livello di competizione che ci impone di proteggere al meglio i nostri clienti”. E aggiunge che “in molti Paesi siamo già al primo posto, come in Cina, o al secondo, come in Italia. Ma il mio vero obiettivo non sono le quote di mercato. Sono l’innovazione, la tecnologia, il design”. 

Nonostante queste autorevoli rassicurazioni, la notizia, com’era logico attendersi, ha provocato un crollo dei titoli della società cinese in borsa, avallato anche da nuove tensioni fra Washington e Pechino, giustificati, peraltro, se consideriamo che gli Usa sono responsabili del recente arresto in Canada del Direttore Finanziario di Huawei, Wanzhou Meng, che è anche figlia del fondatore aziendale, e di cui è stata chiesta l’estradizione, accusata di avere violato sanzioni americane riguardanti Iran, Cuba, Sudan e Libia.

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