Quando si pensa allo sviluppo di un qualsiasi bene di consumo, penso che questo vada analizzato in tutti gli aspetti della sua “coesistenza” con i suoi ideatori e fruitori.

Nel prima, ci poniamo domande relative all’idealizzazione e alla produzione del bene stesso: cos’è, come e di cosa è fatto, funzionalità, finalità.

Il durante, in cui abbiamo a che fare con il bene stesso, diventa un ponte di indagine a doppio senso tra consumatori e aziende e ci permette di formulare quindi domande legate più al loro rapporto: la fetta di mercato che si è aggiudicato il prodotto, aspettative, dubbi e problematiche presenti e futuri.

Le questioni legate al poi riguardano non solo cosa verrà dopo quel prodotto, cioè dove verterà l’evoluzione tecnologica, ma anche cosa c’era prima, cioè come “mandare in pensione” quella ormai superata e/o inservibile.

Pensate ai cellulari rotti, ai mouse, ai vecchi computer e ai vari e relativi circuiti o anche “solo” alle cartucce scariche della stampante. In uno studio condotto nel 2005, l’Unep (United Nations Environment Programme) stima che nel mondo vengono prodotte tra le 20 e le 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno, cioè qualcosa come 4.000 tonnellate l’ora. (E-waste, the hidden side of IT equipment’s manifacturing and use. Early warning on Emerging Environmental Threats, n.5)

Sono rifiuti che contengono sostanze chimiche tossiche come piombo, cadmio, mercurio, ritardanti di fiamma a base di bromo (BFR) e PVC, dannosi per noi e per l’ambiente: molti finiscono nelle discariche, altri negli inceneritori, altri ancora vengono esportati, anche illegalmente, in Asia, soprattutto in India e in Cina.

E’ passato un anno da quando Greenpeace con la campagna Toxic Tech ha lanciato l’ “Ecoguida ai prodotti elettronici”: vengono prese in considerazione quattordici aziende leader nel settore della telefonia cellulare e dei computer e viene stilata una classifica secondo questi criteri:

  • assenza di sostanze chimiche pericolose nelle fasi di costruzione
  • “take back” (cioè recupero) e riciclaggio dei prodotti una volta che sono diventati obsoleti

Le due cose sono strattamente correlate, in quanto l’eliminazione di sostanze tossiche nella fasi di produzione permette un riciclaggio migliore; Greenpeace afferma inoltre che l’utente medio sarebbe disposto a spendere di più per un dispositivo che non inquini più del dovuto una volta terminato il suo ciclo vitale.

Da quando la guida è stata lanciata, sono disponibili molti più prodotti privi di PVC e BFR.

Un anno fa, solo Nokia e Sony Ericson vendevano cellulari privi di uno o di entrambi. Quest’anno si sono aggiunte anche Motorola e LG. La Sony ha aggiunto un’ampia gamma di prodotti parzialmente privi di BFR E PVC, tra cui modelli di portatili VAIO, walkman, videocamere e macchine digitali. Anche Panasonic offre una serie di prodotti senza PVC che includono lettori DVD, home cinema e un paio di modelli di impianti di illuminazione senza BFR.

 E voi, sareste disposti a spendere di più per un prodotto più “verde” fin dalle sue prime fasi di vita?

Se vi interessa vedere la classifica di Greenpeace è disponile qui: potete visionare le votazioni nelle cinque edizioni della Ecoguida.

da Greenpeace.org

2 pensieri su “Toxic Technology

  1. Per approfondimenti, guardatevi questo video:
    http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=13691&cont_search=rifiuti%20hi-tech&stream=video

  2. Pingback: Sesta edizione per la eco-guida Greenpeace

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