Su YouTube si è fermato il flusso dei filmati. Su Twitter il micro-blog dedicato a Neda, la ragazza uccisa nei primi giorni delle proteste è meno visibile e molto lento. Resistono Iran e Iranelection (attorno a questo tag è nato il canale dell’oppositore Moussavi), ma latitano le testimonianze dirette riguardo le più recenti evoluzioni delle manifestazioni di Teheran.
Resta vigile il blog Revolutionary Road, mentre molti altri hanno decisamente limitato gli aggiornamenti, forse comprensibilmente sopraffatti dalla paura di essere rintracciati e arrestati.
La rete sembra ora avere il fiato corto, sfiancata dalle limitazioni tecniche, dai software che bloccano siti e rallentano il traffico, che scandagliano gli indirizzi per individuare gli oppositori al regime. Non si contano i dissidenti scomparsi nelle ultime settimane: cento, duecento, forse più.
La repressione si fa dunque digitale, mentre continua a essere drammaticamente fisica per le strade. Forse, prima che il web smetta di essere testimonianza vigile e visibile delle sommosse d’Iran, sarebbe necessario un sostegno aperto dei governi occidentali, con un finanziamento per lo sviluppo e la diffusione nell’area delle tecnologie di ‘internet chensorship evasion’ (programmi per eludere la sorveglianza in rete).
Ma la sensazione è che, al di là degli entusiasmi iniziali e del tacito assenso verso i dimostranti, soprattutto in tempi di crisi la parola ‘rivolta’ suoni comunque troppo destabilizzante.
Fonte: Quo Media