A questo proposito, noi consumatori possiamo rivolgerci alle diverse edizioni della Eco-guida ai prodotti verdi che mira a classificare le aziende hi-tech sulla base degli impegni reali presi in merito a criteri ambientali quali contenuto di sostanze chimiche tossiche del prodotto, efficienza energetica nell’uso, ciclo di vita, innovazione e marketing e energia e clima (quest’ultimo introdotto nell’VIII Edizione dell’Ecoguida).
In proposito al ciclo di vita dei prodotti tecnologici, Greenpeace si è soffermata più volte su questo gravissimo problema: solo pochi mesi fa, avevo portato alla vostra attenzione l’inchiesta Ghana Contamination che focalizzava sui due principali siti in cui avvengono le operazioni di riciclo e smaltimento selvaggio dei rifiuti elettronici: il mercato di Abogbloshie nella capitale Accra ed un piccolo cantiere vicino la città di Korforidua, a nord della capitale.
Oggi Greenpeace, dopo un’operazione segreta lunga tre anni, ha le prove per denunciare ancora una volta come i rifiuti hi-tech vengano trasportati illegalmente nei Paesi in via di sviluppo: un dispositivo di tracking con collegamento GPS nascosto dentro un vecchio televisore, ormai non più riparabile, ha permesso di seguire tutto il percorso del rifiuto, che è partito dalla Gran Bretagna per giungere in Nigeria sotto la falsa veste di bene di seconda mano.
L’operazione, eseguita insieme a Sky television, sottolinea che l’aumento dell’esportazione di rifiuti pericolosi dall’Europa ai Paesi in via di sviluppo sia causata dallo scorso impegno di molte aziende elettroniche rispetto alla gestione dei loro prodotti a fine vita. La Nigeria è sola una delle molte destinazioni di questi traffici, scoperti anche in Ghana, Pakistan, Cina e India.
Come vi ho già accennato, qualche anno fa Greenpeace ha preso una tv rotta e, dopo aver nascosto al suo interno il dispositivo di tracking, l’ha portata al servizio di riciclo in Gran Bretagna (UK’s Hampshire County Council). Ma invece di smantellare la tv in sicurezza in UK, o comunque in Europa, l’azienda di riciclo del Consiglio, BJ Electronics, l’ha trattata come se fosse di seconda mano e l’ha rivenduta ad un’altra compagnia. Questa compagnia, a sua volta, l’ha caricata su container, insieme ad altre tonnellate di materiale elettronico. Destinazione: il continente africano. Questo è il passaggio fondamentale, perché fotografa la zona grigia in cui matura il traffico illecito. Il carico ha attraversato l’equatore e giunge a Lagos, capitale della Nigeria, dove è finito nell’immenso mercato di seconda mano di Alaba. Ma la maggior parte del materiale fuori uso finisce direttamente in discariche a cielo aperto, dove decine di ragazzi tra i 15 e i 20 anni recuperano i componenti, bruciano la plastica e trafugano il rame che poi rivenderanno. Una pratica che li espone ad agenti tossici e cancerogeni.
Migliaia di vecchi prodotti elettronici lasciano ogni giorno l’Europa per raggiungere l’Africa, nonostante il divieto del Regolamento europeo di esportare rifiuti pericolosi. Solo alcuni di questi articoli saranno riparati, ma gran parte finirà per essere smaltita in questi paesi, divenuti discariche a cielo aperto di Europa, Stati Uniti, Giappone e Sud Corea. Invece, la televisione in questione, che per legge dunque non avrebbe potuto uscire dalla Ue, ha percorso un viaggio di 4500 miglia, dal porto Tilbury nell’Essex, fino a Lagos , dove l’équipe lo ha recuperato prima che finisse in un sito a cielo aperto, che accoglie ogni giorno montagne di scarti del mondo occidentale.
Solo nel Regno Unito ogni anno si perdono le tracce di circa 500mila tonnellate di prodotti elettronici. Un affare da decine di milioni di euro. Ma qual è la situazione in Italia? Dice Vittoria Polidori, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia: “Non sappiamo la fine dell’80-85% dei nostri scarti tecnologici. Per 800mila di questi rifiuti prodotti ogni anno, solo 100mila sono sotto controllo. Del resto sappiamo poco o nulla. In questo numero possiamo ipotizzare che alcuni rimangano nelle case, altri finiscano impropriamente in discariche o inceneritori, ma non possiamo escludere che il resto venga esportato nei Paesi in via di sviluppo“.
La strada percorribile è una sola: le aziende hi-tech devono aumentare i loro sforzi per raccogliere e trattare in modo sicuro i rifiuti elettronici. È l’unico modo per evitare che giovani lavoratori dei paesi più poveri – molto spesso bambini – continuino a essere esposti a un cocktail di sostanze tossiche, altamente nocive per la loro salute.
Audio e photo gallery dell’indagine
Fonti: Greenpeace.org; Repubblica.it
